Spesso l’invecchiamento è considerato un fatto biologico inevitabile. Eppure, la mente gioca un ruolo fondamentale in queste dinamiche, in genere poco considerato: diversi studi hanno dimostrato che la percezione che abbiamo di noi stessi e dell’invecchiamento è un fattore determinante per limitare alcuni effetti di questo processo. Nella seconda giornata della Healthy Aging Week 2025 è intervenuto su questi temi Francesco Pagnini, professore ordinario di psicologia clinica dell’Università Cattolica.
Due gli studi presentati dal professore, che hanno dimostrato come una diversa percezione dell’invecchiamento porti a benefici inaspettati non solo sul piano mentale, ma anche fisico. In particolare, il secondo studio ha coinvolto un centinaio di over 75 fisicamente sani, suddivisi in tre gruppi. Di questi, il gruppo sperimentale, ribattezzato “counterclockwise” (antiorario), ha vissuto sei giorni in un agriturismo alle porte di Milano come se fosse il 1989: i partecipanti erano incoraggiati a discutere della politica di quel tempo come se fosse stretta attualità, ogni giorno ricevevano una copia del Corriere della Sera del 1989 e l’ambientazione è stata curata per rendere il tutto più realistico (giochi da tavolo tra cui Monopoly e Trivial Pursuit, arrendamento del tempo…).
Gli altri due sono serviti come gruppi di controllo per rendere significativi i risultati del gruppo sperimentale: uno dei due ha vissuto un’esperienza simile al gruppo counterclockwise, ma contestualizzata nel presente, l’altro una semplice vacanza senza particolari accorgimenti.
Al termine dell’esperimento, gli esiti sono stati notevoli. Mentre il benessere psicologico aumentava ad esperienza conclusa in tutti i casi, nel gruppo che aveva vissuto come nel 1989 si è osservato un cambiamento soprattutto sul piano fisico. Per gli anziani di oggi, tornare al periodo in cui avevano cinquanta anni ha portato a delle rivelazioni inaspettate: “Ho scoperto che il mio corpo può fare di più di quello che credevo”. Non solo: prima e dopo l’esperimento sono state scattate delle foto alle persone coinvolte, sottoposte poi a 200 studenti ai quali veniva chiesto di ipotizzarne l’età. In media, l’età stimata dei soggetti dopo l’esperimento era di 2 anni inferiore a quella attribuita alla stessa persona nella fotografia della settimana precedente.
Evidentemente, ha concluso il professore, la soluzione su larga scala non è condurre su tutta la popolazione esperimenti di questo tipo. Tuttavia, queste esperienze permettono di riflettere sul ruolo della mente e sulle potenzialità della percezione che abbiamo di noi stessi, che spesso si rivela una “profezia che si autoavvera”.
A seguito dello studio, si è notato come i miglioramenti tendano ad annullarsi nel giro di sei mesi. Il motivo principale è stato ben chiaro agli stessi anziani coinvolti: “Torno a casa e tutti mi trattano da vecchio”, hanno notato in molti. Questo rende evidente, dunque, come sia necessario intervenire non solo sulla mentalità degli anziani, ma anche sulla percezione dei familiari e più in generale della società.